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Navi, stop a smantellamento selvaggio

Una mostra evidenzia dove mancano gli standard di sicurezza

«Il fenomeno dello smantellamento selvaggio delle navi in Asia meridionale è in forte crescita negli ultimi anni. Solo nel 2016 ben 668 imbarcazioni, cioè l’87% di tutta la stazza lorda smantellata globalmente, sono state demolite nelle zone costiere di Paesi che non rispettano standard minimi di protezione ambientale e sono noti per lo sfruttamento del lavoro minorile». La denuncia arriva dalla Ngo Shipbreaking Platform che insieme a Legambiente ha promosso il progetto fotografico ‘A mani nude. I costi umani e ambientali dello smantellamento navale’, inaugurato a Roma da Red via Tomacelli. La mostra, che rimarrà esposta fino all’11 gennaio, è stata realizzata dal graphic designer Isacco Chiaf e da Tomaso Clavarino, giornalista e fotografo, con il sostegno di Castalia. I due professionisti si sono recati in Bangladesh e in India per documentare le attività di demolizione di queste navi. L’opera, che si compone di dodici foto, è già stata esposta negli scorsi mesi presso la sede del Parlamento Europeo a Bruxelles.
«Le navi vengono arenate sulle spiagge dell’India, del Bangladesh e del Pakistan, dove sono fatte a pezzi manualmente da lavoratori, per lo più migranti, nelle ampie zone intertidali. Proprio in Bangladesh - secondo Ngo Shipbreaking Platform - si trovano i cantieri con le peggiori condizioni di lavoro e di smaltimento dei rifiuti tossici presenti nelle strutture delle imbarcazioni». «Ogni anno circa mille navi raggiungono la fine del loro ciclo di vita e vengono smantellate per recuperare acciaio ed altri materiali utili - dichiara Sebastiano Venneri, responsabile nazionale Mare di Legambiente - La demolizione navale è un’attività pericolosa che richiede la presenza di misure adatte a proteggere l’ambiente marino, ad assicurare un corretto smaltimento dei rifiuti tossici ed a garantire elevati standard in tema di sicurezza e salute per i lavoratori. Eppure solo poche navi vengono rottamate in modo sicuro e sostenibile. Una situazione che oggi non è più tollerabile».
«L’anno passato abbiamo assistito non solo ad un aumento sul mercato di pratiche di smantellamento pericolose e inquinanti, ma abbiamo documentato addirittura un numero record di imbarcazioni di proprietà europea fatte a pezzi sulle spiagge dell’India, del Pakistan e del Bangladesh - afferma Ingvild Jenssen, direttrice della Ngo Shipbreaking Platform - Siamo di fronte a un esempio di colonialismo tossico. È scandaloso che il peso dell’avidità di espansione e di profitto dell’industria navale europea debba essere sostenuto dalle comunità e dai lavoratori dell’Asia meridionale». Ngo Shipbreaking Platform è una coalizione internazionale composta da 20 organizzazioni, tra cui in Italia la stessa Legambiente, che si occupa della protezione dei diritti umani, dei lavoratori e di tutela dell’ambiente nel settore dello smantellamento navale.

(10 Gen 2018 - Ore 18:41)

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