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Il Morbo di Alzhaimer, una demenza cronica e progressiva

Inizia con l'intaccare la memoria e arriva a impedire le azioni più elementari

\IlIl morbo di Alzheimer è una forma di demenza irreversibile e progressiva che distrugge lentamente la memoria e le capacità cognitive, più o meno precoce, e in alcuni casi sostenuta da difetti genetici. Le fasi della malattia sono subdole, cioè insidiose, ma il medico accorto deve saper cogliere i primi sintomi premonitori che consistono in un leggero calo della memoria per i fatti recenti, sia per i nomi degli oggetti di uso quotidiano e delle persone familiari, sia per gli atti più semplici (Dove ho messo le chiavi? ); una vaga confusione riguardo all’orientamento nello spazio (In quale via abita mia figlia?); un impoverimento del linguaggio con la necessità di usare parole generiche (coso... quello lì...) o di ricorrere a contorte perifrasi per esprimere un concetto di per sé semplice (l’estate è definita: “quando si va al mare e si prendono le ferie…”); l’operatività e la manualità quotidiana s’inceppano (difficoltà nell’utilizzo del telefono).
Le fasi successive consistono in un peggioramento quantitativo dei precedenti sintomi descritti, ma compaiono altri sintomi d’allarme, come il disorientamento spaziale con difficoltà a riconoscere la strada di casa (episodi di vagabondaggio di breve durata; misconoscimento di volti fino ad allora familiari); crisi d’ansia quando si percepisce di non essere in grado di esprimere i concetti con giuste parole e di compiere atti semplici con la consueta sicurezza e l’automatismo precedente; stato di disagio e depressione per la consapevolezza di non essere più autonomi e di avere bisogno di qualcuno che “ci dia una mano”; disturbi del sonno (insonnia); constatazione che anche la memoria per fatti del passato remoto viene inquinata da frammenti di fatti recenti per cui il senso di insicurezza pervade tutta la personalità.
Nelle fasi peggiori della malattia il paziente ha perso gran parte delle sue facoltà mnemoniche (memoria), cognitive (intelligenza) e prassiche (attività manuali, anche quelle automatiche). Si assiste, allora, ad un quadro clinico drammatico che si incentra sulla afasia (incapacità di costruire anche frasi semplici e di formulare pensieri elementari), sulla aprassia (incapacità di compiere atti elementari finalizzati a soddisfare i bisogni più elementari: vestirsi, mangiare, pulirsi ...); sulla agnosia (misconoscimento di volti, oggetti, luoghi); ed, infine, sulla cachessia (deperimento fisico e immunitario).
Come ci si deve comportare di fronte alle varie fasi della malattia?
Bisogna subito coinvolgere il Medico di famiglia che saprà valutare se il caso è da sottoporre ad indagini più approfondite (inviare al Gerontologo, allo psichiatra, al neurologo, all’endocrinologo) o, invece, se si tratta d’un decadimento “fisiologico” della memoria o di un quadro clinico legato ad un generico disagio psicologico, o ad uno stress da sovraccarico d’ansia o ad un’iniziale depressione reattiva oppure ad una subdola patologia tiroidea (ipotiroidismo) o ad un particolare tipo di parkinsonismo. Se la diagnosi verte nell’ambito della malattia di Alzheimer, bisogna subito inviare il paziente al centro specializzato (UVA) esistente in ogni ASL e iniziare una serie di accertamenti specialistici. Con tests psicodiagnostici, con analisi di laboratorio, con approfondimenti tecnologici (TAC,RMN) si perverrà ad una diagnosi certa di morbo di Alzheimer e si inizierà precocemente sia una terapia farmacologica sia un supporto psicologico sia un sostegno assistenziale diretto, individuale o di gruppo.
Non scenderò in dettagli nelle tecniche d’indagine strumentale, nelle prescrizioni farmacologiche, nell’assistenza psicologica alla persona perché è il SSN (cioè il centro UVA) che si deve assumere l’onere di questa delicatissima situazione di disagio cronico, inarrestabile, indotto dalla malattia degenerativa dei centri nervosi superiori (corteccia cerebrale e circuiti della memoria). I segreti della malattia sono ancora tutti da svelare, anche se le indagini genetiche stanno ottenendo qualche utile risultato.

Dr. Paolo GIARDI
Neuropsichiatra

(10 May 2011)

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